venerdì 20 giugno 2014

RECENSIONE: "I due volti di gennaio" di Patricia Highsmith

“I due volti di gennaio” di Patricia Highsmith, uscito mezzo secolo fa, è stata, in questi giorni, una delle mie ultime letture.
Per quanto riguarda il genere, si colloca a metà tra il thriller e il noir, come ormai penso tutti i romanzi di questa autrice.

Trama
Direi che possiamo iniziare dalla quarta di copertina, che tutto sommato descrive abbastanza bene quella che è, in linea di massima, la trama di questo romanzo.

Un pomeriggio come tanti, tre esistenze si incrociano nel corridoio di un albergo greco. Quella di Chester, truffatore quarantenne americano, di sua moglie Colette, giovane, bella e inquieta, e di Rydal, un ragazzo in fuga dai fantasmi del passato.
In pochi minuti, quanto basta per nascondere il cadavere di un ispettore greco sulle tracce di Chester, le vite dei tre non sono più le stesse. Rydal, per noia e curiosità, si offre di aiutare Chester e Colette a nascondersi e a fuggire, ma in un crescendo di seduzione e fascinazione nessuno dei tre è più in controllo delle proprie emozioni e dei propri istinti. E quando Chester si rende conto che la moglie sta per cedere al fascino del giovane amico, prepara una terribile vendetta nel labirinto del palazzo di Cnosso...

Siamo alla fine degli anni ’50-inizio degli anni ’60 in Grecia, dove il truffatore di mezza età Chester si è rifugiato per non dare troppo nell’occhio in America, suo paese natale. Ha una moglie 25enne oca che si lascia maltrattare volentieri se questo significa essere ricca grazie agli introiti del marito. Nel tentativo di sfuggire a un agente lo uccide... e in quel momento sbuca fuori Rydal (un neolaureato con vari precedenti penali che non ha niente da fare dalla mattina alla sera) proprio mentre Chester si sta sbarazzando del cadavere. Naturalmente Rydal fa la cosa più normale in un romanzo della Highsmith, che è aiutarlo a nascondere il corpo, procurare passaporti falsi a lui e alla sua consorte e, come se non bastasse, seguirli nella loro fuga perché... mhm... perché... suvvia, c’è bisogno di un perché, dopo tutte le azioni insensate che ha già commesso? Direi di no.
I tre fuggono con false identità e Colette sembra molto attratta da Rydal, con il quale trascorre il proprio tempo mentre Chester non fa altro che bere, e che tenta di sedurre. Convinto che i due abbiano una relazione, Chester tenta di sbarazzarsi di Rydal prima pagandolo affinché se ne vada e poi tentando di lanciargli un pesante vaso in testa durante l’ennesima delle loro gite da finti turisti. Per fortuna di noi lettori il vaso arriva in testa a Colette, che muore sul colpo. Ci liberiamo quindi del personaggio più insulso e resta in vita l’unico vagamente interessante!
Chester reagisce con estrema freddezza all’omicidio involontario della moglie da lui commesso e si nasconde per non essere visto dal custode, che invece vede Rydal. Risultato: Chester ha intenzione di far sì che Rydal venga accusato del delitto, ma ha anche intenzione di liberarsi di lui e di procurarsi un’ulteriore identità. Rydal, nel frattempo, vuole vendicare Colette e progetta di eliminare Chester. Forse. Perché quali siano le intenzioni dell’uno e dell’altro non è poi così semplice capirlo...

Struttura
Il romanzo è narrato in terza persona, con i punti di vista dei personaggi che si alternano da un personaggio all’altro in quello che io definisco “modo disordinato”: capita anche da una frase all’altra, e non è esattamente la soluzione che prediligo.
Nonostante ciò il testo riesce comunque ad essere scorrevole quanto basta per consentirne una lettura rapida.

Valutazione: 3/5
Il romanzo tutto sommato è abbastanza interessante, ma non ci sono, a mio parere, molti colpi di scena e praticamente MAI la trama pare realistica.


martedì 17 giugno 2014

RECENSIONE: “Entra nella mia vita” di Clara Sanchez

Questo libro l’ho ricevuto in regalo per il mio compleanno, poco meno di tre settimane fa. L’ho letto in questi giorni e adesso sono pronta per condividere la mia esperienza.
Siamo nella Spagna degli anni ’90 e il dramma e il mystery si fondono...

Trama
Madrid. Il sole estivo illumina la casa piena di fiori. È pomeriggio e la piccola Veronica approfitta di un breve momento di solitudine per spiare tra le cose dei genitori. Apre una cartella piena di documenti, e scorge una foto. La estrae con la punta delle dita, come se bruciasse.
Non l’ha mi vista prima. Ritrae una ragazzina poco più grande di lei, con un caschetto biondo, una salopette di jeans e un pallone tra le mani. Veronica è confusa, ma il suo intuito le suggerisce che è meglio non fare domande, non adesso che la mamma è sempre triste.
Anno dopo anno, Veronica si convince sempre più che le discussioni e i malumori in casa sua nascondano qualcosa di cui nessuno vuole parlare. E che l’enigma di quella foto, di quella bambina sconosciuta, c’entri in qualche modo.
Ma quando diventa una donna, decisa e tenace, Veronica non può fare finta di niente. La malattia della madre la costringe a fare i conti con un passato di cui non sa nulla, un passato rubato che la avvicina sempre di più alla bambina misteriosa della fotografia. Ritrovarla è l’unica strada per raggiungere la verità. Una verità che, forse, ha un prezzo troppo alto. E quando Veronica trova la bambina, ormai donna anche lei, capisce che la strada è tutt’altro che percorsa, che il mistero è tutt’altro che svelato. Ma soprattutto capisce che c’è qualcuno disposto a tutto pur di ostacolarla nella sua ricerca. Non le rimane che affidarsi a sé stessa, al suo intuito e al suo coraggio. Perché districare il groviglio di bugie e manipolazioni sarà molto, molto pericoloso.

Questo è quanto dice la quarta di copertina dell’edizione pubblicata da Garzanti. È abbastanza significativa, se non per due dettagli.
Ma quando diventa una donna --> What?! Veronica ha 17 anni.
il mistero è tutt’altro che svelato --> Ri-what?! Sarà anche da svelare per Veronica, ma abbiamo tutto tra le mani fin dai primi capitoli.

Il romanzo si concentra sul mistero di Laura: Betty, madre di Veronica, ormai in punto di morte, è sempre stata convinta che sia sua figlia, ufficialmente morta alla nascita. Questa convinzione è stata per lei un’ossessione e ancora non si è rassegnata. Veronica decide di cogliere la sua eredità e di dimostrare che Betty non era una visionaria e che nelle sue convinzioni c’era un fondamento di verità...

Struttura
Il romanzo è narrato in prima persona, la maggior parte dei capitoli con il punto di vista di Veronica, alcuni con il punto di vista di Laura (cosa che non ho apprezzato più di tanto). Le due voci di questo romanzo sono pressoché identiche (cosa che ho apprezzato ancora meno), troviamo scritto soltanto in cima ai capitoli che si tratta di Veronica o di Laura. Nonostante questo dettaglio, nei capitoli con il POV di Laura ho faticato non poco, in certi momenti, a capire che la protagonista non era Veronica, ma lei stessa.
A parte questo “piccolo” inconveniente, il romanzo fila liscio e scorrevole, anche se in certi momenti ci sono state alcune divagazioni a mio parere un po’ troppo slegate dalla vicenda centrale, che offrivano ben poco alla trama.
Certi personaggi sono ben caratterizzati, mentre altri rimangono un po’ sullo sfondo, seppure siano abbastanza rilevanti.

Valutazione finale: 4/5
Il romanzo mi è piaciuto parecchio, non posso negarlo. Seppure come lettrice fossi già al corrente di fatti che Veronica ancora ignorava, ero comunque invogliata a leggere, perché volevo scoprire quale sarebbe stata la sua reazione quando ne fosse venuta a conoscenza. Da amante del mystery, però, avrei preferito un po’ più di vero mystery.

domenica 15 giugno 2014

RECENSIONE: "Passeggero per Francoforte" di Agatha Christie

Non tutti lo sanno, ma il giallo più puro e classico non è stato l'unico genere a cui Mrs Christie si dedicò. Ci furono anche alcune sue incursioni nel mondo dello spionaggio, e "Passeggero per Francoforte" è uno di questi romanzi, pubblicato per la prima volta nel 1970.

La trama
Abbiamo Stafford, un diplomatico quarantenne pseudo-nullafacente, di ritorno da un viaggio in Malesia. Sull'aereo una certa Mary Ann gli chiede in prestito il passaporto con l'intento di travestirsi da uomo e di spacciarsi per lui, che dovrà fingere di essere stato derubato, in modo da giustificare l'assenza del documento.
Sconcertato da quanto gli è accaduto, dopo essere tornato in patria, Stafford decide di incontrare di nuovo la donna, tramite un'inserzione su un giornale. Si ritrova così coinvolto in un intrigo internazionale, in cui sembra che un'anziana contessa, che fu compagna di scuola della zia di Stafford (la zia che è a mio avviso una sorta di alter-ego della Christie, che odia i non conservatori perché non sono conservatori, ma anche i conservatori perché sono troppo conservatori...), stia complottando per instaurare di nuovo il regime nazista circondandosi di bei giovani biondi e attraenti (mica scema la nonnina...), di cui uno potrebbe essere il figlio segreto di Hitler che in realtà sarebbe fuggito in Sudamerica dopo essere stato rimpiazzato da un sosia... E intanto ci sono degli scienziati che hanno tra le mani un'inquietante e importante scoperta scientifica...

BONUS: il romanzo finisce con un matrimonio.
Non c'è il doppio bonus: nulla lascia pensare che la sposa avesse ricevuto una proposta di matrimonio anche da un altro pretendente.

Struttura e considerazioni
Il romanzo è narrato in terza persona, con un narratore pressoché onnisciente, nonostante vengano seguite in primo luogo le vicende di Stafford.
Alla base ci sono numerose teorie del complotto, dettate a mio parere dall'impossibilità di una donna di 80 anni (tale era Agatha nel 1970) di accettare che il mondo degli anni '70 era diverso da quello degli anni '30 (il glorioso mondo delle tenute in campagna e dei tè con l'arsenico degli altri suoi romanzi XD)... Le critiche che Agatha pone nei confronti della società anni '70 sono più o meno quelle che mia nonna pone nei confronti della società di oggi!
Il problema è a mio avviso comune a quello di molti romanzi basati su teorie del complotto: non si cava un ragno dal buco. Infatti in questo romanzo troviamo uno scienziato assassinato a poche pagine dal finale, mentre è incerto il destino della nonnina nazista e dei suoi seguaci. Tradotto in parole povere: non mi sembra di aver capito dove si volesse andare a parare.

Personaggi principali
Almeno i personaggi saranno nuovi e mai visti prima nei suoi romanzi, si può pensare. Ma è davvero così?
STAFFORD NYE: uomo di mezza età, inconcludente che però si ritrova ad essere protagonista di una vicenda intricata e contorta. Mi ha ricordato, per certi versi, il medico voce narrante de "L'assassinio di Roger Ackroyd".
MARY ANN/ CONTESSA RENATA/ DAPHNE: non è ben chiara l'identità della protagonista femminile, ma abbiamo alcuni dati di fatto, ovvero che è una donna intrigante e che non si arrende di fronte al pericolo. E' un mix tra Tuppence (la MITICA Tuppence!) e le varie pseudo-protagoniste che in molti suoi romanzi hanno una partecipazione attiva alla scoperta del colpevole e ricevono nel frattempo dozzine di proposte di matrimonio.
LA CONTESSA VON... QUALCOSA: è vecchia, è dispotica ed è pronta a tutto. Mi ha ricordato un po' la vecchia despota de "La domatrice". Se avesse avuto una mezza dozzina di figli e nipoti intorno, le sarebbe sicuramente stato servito un tè con l'arsenico.
I GIOVANI BIONDI CHE LA CIRCONDANO: esistono, ma non hanno ruolo. Se fossero state donne anziché uomini, sarebbero stati un esercito di cameriere, cuoche e governanti dall'aria svampita.
LA ZIA MATILDA: è vecchia, rimpiange i bei tempi andati, è affranta dal fatto che i tempi siano cambiati. Insomma, è quello che sarebbe Miss Marple se non avesse l'insana abitudine di impicciarsi negli affari di chiunque.

Valutazione finale: 2,5/5
Sono abituata a standard migliori e, sinceramente, questo romanzo non mi ha detto granché, anche se le idee di partenza avrebbero potuto essere buone.
Credo che sia chiaro, ormai, che le idee buone di partenza che vengono perse per strada mi fanno venire l'orticaria...
Non è che non mi sia piaciuto, ma ho sempre collegato e collegherò sempre il nome di Agatha Christie a trame di maggiore livello. Lo consiglio solo a chi ha letto abbastanza romanzi di Agatha Christie da non lasciarsi influenzare da questo.


sabato 14 giugno 2014

RECENSIONE: "Un cavallo per la strega" di Agatha Christie

E' tempo di rendere nuovamente omaggio a Mrs Agatha, tramite la recensione di un suo romanzo.

Trama
"Un cavallo per la strega" è un romanzo del 1961: è quindi superata l'epoca del tè con l'arsenico nelle ville di campagna dei ricchi che si trovano nel raggio di qualche chilometro da dove si trova Hercule Poirot. Anzi, stavolta non c'è nemmeno Poirot. La voce narrante di questo romanzo, tale Mark Easterbrook, è un... mhm... uno che non ha niente di meglio da fare che riflettere sul senso della vita in un pub frequentato da giovani ricchi che hanno scelto di vivere come straccioni. Nel bel mezzo di una serata al pub Mark assiste a una lite tra due ragazze, una delle quali strappa i capelli all'altra. Quella a cui sono stati strappati i capelli morirà di lì a qualche tempo, di malattia.
Nel frattempo un prete viene assassinato in una sera nebbiosa, con un farmacista come unico testimone del delitto. Gli verrà trovata addosso una lista di nomi (al prete, non al farmacista, non so se sono stata abbastanza chiara), che gli è stata consegnata da una vedova irlandese in punto di morte alla quale ha dato l'estrema unzione. E' una lista di nomi di persone morte per cause naturali, tra cui troviamo anche la madrina di Mark e la ragazza del pub, che aveva qualcosa a che vedere con una locanda chiamata "Cavallo Pallido". E se queste persone non fossero morte per cause naturali?
Nel frattempo Mark si ritrova in uno di quei paesini di campagna in stile "La sagra del delitto", dove infatti troviamo la migliore amica di Poirot, Ariadne Oliver, anche se, come ho già detto, qui non c'è Poirot. Mark va a fare visita a tre donne che vivono laddove sorgeva la locanda, tre presunte streghe che fanno il malocchio alla gente, di cui una sostiene di poter uccidere a distanza. In questo paese, inoltre, c'è un ricco paralitico che, secondo il farmacista, è l'assassino. Peccato che, essendo paralitico, sia materialmente impossibile che abbia commesso il delitto.
Mark si convince che le vittime abbiano avuto a che vedere con il "Cavallo Pallido" e viene per questo scambiato per un visionario dalla sua fidanzata, e per questo motivo la loro relazione giungerà al capolinea. La sua ex verrà prontamente rimpiazzata da una certa Ginger, una ragazza del posto con cui Mark stringe un'alleanza, con lo scopo di scoprire la verità, alleanza che metterà Ginger in serio pericolo...

BONUS: tutto lascia intendere che Mark e Ginger si sposeranno, alla fine del romanzo.

Struttura
Il romanzo è narrato in gran parte in prima persona, con Mark che è sempre protagonista... a parte in certi capitoli, all'inizio, in cui Mark è assente e i fatti vengono esposti in terza persona, forse per il desiderio dell'autrice di svelarci qualcosa di più a proposito dell'omicidio del prete.
Sinceramente questa cosa non mi è piaciuta molto (non apprezzo particolarmente il passaggio da prima a terza persona o viceversa, senza un motivo apparente ben preciso e da un capitolo all'altro), ma devo ammettere che è l'unica cosa che non mi è piaciuta.

Valutazione: 4/5.
E' uno dei romanzi di Agatha Christie in cui il protagonista non è né Poirot né Miss Marple, e forse questo è un bene, in quanto la voce narrante, Mark, di per sé non ruba la scena alle vicende, come invece avrebbero fatto Miss Marple ma soprattutto Poirot.
La trama è interessante e si nota un adeguamento della Christie ai tempi che corrono: gli anni '60 non sono più l'epoca già menzionata degli avvelenamenti da parte di lontani nipoti e cugini nelle tenute di campagna. Qui troviamo un ambiente urbano anziché rurale, troviamo ricerche di marketing che di sicuro non esistevano negli anni '30 (piccola nota di colore: la prima volta che lessi questo romanzo, mancavano pochi giorni al mio esame di Marketing all'università!), troviamo personaggi che non sembrano semplicemente usciti dagli anni '30 e piazzati in un contesto di trent'anni dopo. Il passato, però, è passato fino a un certo punto, e si finisce sempre con la scoperta del mistero... e con un matrimonio annunciato nel finale!

domenica 8 giugno 2014

RECENSIONE: "Cercando Alaska" di John Green

Ecco a voi la recensione di uno degli ultimi romanzi che ho letto in questi giorni...

Trama
Miles Halter, solitario collezionista di Ultime Parole Famose, lascia la tranquilla vita di casa per cercare il suo Grande Forse a Culver Creek, una scuola prestigiosa in Alabama. È qui che conosce Alaska. Brillante, buffa, svitata, imprevedibile, sexy quanto lo si può essere, per Miles diventa un enigma, un pensiero fisso, una magnifica ossessione.

Dalla quarta di copertina si capisce tutto e niente, e dico sul serio. Si capisce tutto (cioè che sarà uno young adult con un protagonista maschile simil-nerd innamorato di una gnokka buona) e niente (cioè non è chiaro quale sia il resto della trama, se ce ne sarà una, e che cosa significhi collezionare Ultime Parole Famose).
Collezionare ultime parole famose, apprendiamo fin dalle prime pagine, significa sapere a memoria le parole pronunciate in punto di morte da qualunque personaggio storico, che è appunto l’hobby del nostro Miles, un secchione ammesso a studiare in un prestigioso college dove si fa di tutto tranne che studiare e che, contrariamente a qualunque altra scuola, per i corsi di religione si fanno relazioni di dozzine di pagine invece di non fare niente. Miles, neanche a dirlo, non aveva amici, non aveva nessuno che se lo filasse e non faceva nulla per fare amicizia con qualcun altro. Al college però gli va bene: diventa amico del Colonnello (in questo romanzo i soprannomi simil-Moccia si moltiplicano come funghi) e di tutti i suoi amici, ovvero un giapponese fuori di testa e una ragazza fuori di testa, ovvero Takumi e Alaska. Poi, inevitabilmente, ha per nemici gli snob della scuola, che a un certo punto lo legano e lo gettano in un lago, senza subire nessuna conseguenza (evidentemente il tentato omicidio in quella scuola è meno grave piuttosto che farsi beccare con una sigaretta accesa, come si evince nel corso delle pagine)
Dimenticatevi di Takumi, perché fa la comparsa di tanto in tanto, mentre Alaska... anche Alaska, però quando non c’è tutti parlano di lei.
Alaska è una vera riBBBBBBBelle, ma dato che è una secchiona riBBBBBBBBelle fa soltanto la metà delle cose che fanno le vere riBBBBBBBelli, ovvero fuma come una turca e beve come una spugna, senza avere bisogno di spaccare i timpani a chiunque ascoltando musica hard rock/ metal/ punk/ ecc... a tutto volume criticando chi non lo fa.
Miles si innamora di lei, ma dato che lei è già fidanzata con un ragazzo più grande, si mette insieme a una certa Lara che non ha nessun ruolo nella trama, se non quello di provocare un orgasmo al protagonista utilizzando la bocca fare la tappabuchi in attesa che Alaska si fili Miles.
E finalmente Alaska bacia appassionatamente Miles, prima di mettersi in macchina ubriaca e andare a schiantarsi contro un’auto della polizia ferma lungo la strada dopo l’incidente di un camion, morendo sul colpo dopo oltre 200 pagine di romanzo. Ne seguiranno un altro centinaio in cui tutti si chiedono se si è trattato di incidente o suicidio, senza arrivare a una conclusione.

Personaggi
Sono personaggi da teen-drama americano: il simil-nerd sfigato, l’amico ubriacone, la gnokka buona, gli snob, ecc... in cui tutti i protagonisti si vedono come vittime di un mondo crudele.
Secondo molte recensioni sono personaggi estremamente profondi... e non nego che un po’ lo siano, ma non ci noto niente di così eccezionale e di mai visto prima. In realtà mi sembra che si comportino sempre in modo abbastanza scontato o, nel caso di Alaska la pseudo-ribbbbbbelle, in modo insensato.

Valutazione finale: 2,5/5
Secondo me è un romanzo per ragazzini, punto e basta. Non ci vedo niente di innovativo, se non il fatto che non ci sono ragazze che agitano pon-pon al vento. A 26 anni suonati in una storia di questo tipo ormai ci vedo poco e niente... diversamente da altri young adult che comunque sono riusciti invece ad appassionarmi parecchio.
Inoltre ci ho messo parecchio tempo a terminarlo, sentendomi poco invogliata alla lettura.


sabato 31 maggio 2014

RECENSIONE: "Il bacio d'argento" di Annette Kurtis Klause

E' passato già un po' di tempo da quando ho letto questo romanzo, ma non è mai troppo tardi per condividere con voi ciò che penso.
Stiamo parlando di un romanzo urban fantasy scritto intorno al 1990, ovvero molto prima del boom di questo genere, di cui ormai si è detto tutto e il contrario di tutto. Siamo in un contesto young adult, anche questo molto prima del boom di young adult appartenenti al genere urban fantasy.

La trama
Per prima cosa partiamo dalla quarta di copertina, che descrive in modo poco preciso e poco accurato i fatti che capiteranno nel corso del romanzo.

La tristezza di Zoe non è il solito mal di vivere dell'adolescenza: da quando sua madre si è ammalata e suo padre si e dedicato esclusivamente ad assisterla, la vita sembra improvvisamente averle tolto tutto quello che serve a essere felici. In più Lorraine, la sua migliore amica, sta per trasferirsi lontano. La solitudine, l'incomprensione e il dolore avvolgono Zoe come una nebbia, da cui lei teme di non poter più uscire; finché un incontro casuale con un giovane strano e conturbante non le instilla un'inquietudine vaga, uno struggimento insolito, come una promessa di piacere. E così Zoe prova il turbamento del primo amore, un amore che Simon, il misterioso ragazzo, sembra condividere ma anche temere. Perché Simon porta con sé la maledizione di coloro che si nutrono del sangue dei vivi: sono vampiri, vivono per la caccia, e il loro desiderio è legato alla morte della loro preda. Ma Simon vuole davvero solo il sangue di Zoe? E lei potrà mai accettare di amare qualcuno che incarna quello che lei teme di più: una vita come una malattia, una notte senza fine, e senza mai la speranza di un riposo?

Ho parlato di poca precisione, ma non sarebbe il termine corretto. Non è mancanza di precisione, ma questa quarta di copertina a mio parere è volontariamente fuorviante, perché al giorno d'oggi sono di moda gli urban fantasy in cui il fatto che un personaggio sia un vampiro è solamente un optional, per renderlo più gnokko di quanto sarebbe se non lo fosse.

"Il bacio d'argento" non è un romanzo di stalker gnokki che si nutrono di sangue e a cui tutto è concesso perché si nutrono di sangue.
Zoe è in primo luogo una ragazza depressa, Simon è in primo luogo un vampiro depresso... e il loro incontro serve per far capire a entrambi che qualcosa deve cambiare.
L'amore, però, è molto marginale e non si traduce nel "passerò la mia vita a farmi saghe mentali su quanto sia gnokko il vampiro con cui mi sono messa insieme", ma "lo amo, quindi lo aiuterò a sconfiggere chi minaccia di fargli del male. E Zoe lo aiuterà, sia in quel momento sia nel momento in cui Simon prende una decisione che, nei romanzi del giorno d'oggi, sarebbe molto impopolare.

Struttura e personaggi
Il romanzo è narrato in terza persona, alternando il punto di vista da un capitolo all'altro da Zoe a Simon. In un romanzo del giorno d'oggi ci sarebbe stata presumibilmente una prima persona alternata che mi avrebbe causato una certa orticaria, quindi sono felice che l'autrice, a suo tempo, l'abbia strutturato alla vecchia maniera.
Zoe è una ragazzina, è infantile, nei primi capitoli, ed è normale che lo sia. Cresce e matura, nel corso del romanzo, ed è normale che sia così.
Simon è un giovane tormentato, ma la ragione del suo tormento c'è e la situazione è gestita in modo molto diverso. Il fatto che sia un giovane tormentato non gli dà una giustificazione per fare qualunque cosa desideri, ma piuttosto lo porta verso uno stato di quasi-depressione a mio parere abbastanza originale in un romanzo del genere.

Valutazione finale: 4/5
"Il bacio d'argento" è un urban fantasy young adult diverso dagli altri urban fantasy young adult che ho letto, complice anche il fatto che è stato scritto in un'epoca diversa, in cui certi stereotipi tipici del genere ancora non esistevano.
Poi ho apprezzato il finale tragico, anche questo inconsueto negli urban fantasy di oggi, dove quello che conta è che trionfi l'amore eterno tra la giovane sprovveduta e il gnokko che prende decisioni al posto suo.

venerdì 30 maggio 2014

Recensione: la serie "Remember me" di Christopher Pike

La serie “Remember me” di Christopher Pike, risalente alla fine degli anni ‘80(?) è una serie urban fantasy young adult nata molto prima che questo fenomeno divenisse di portata internazionale. Dentro di me, comunque, ho avuto l’impressione che, anno ’80, ’90 o presente, non cambia molto: in certi casi, dal secondo libro in poi, si ha la netta sensazione che l’autore abbia avuto l’intenzione di allungare il brodo.

La serie è così costituita:
1) Ricordati di me;
2) La morte può attendere;
3) Ancora tra noi.

Il primo romanzo fu pubblicato, una ventina d’anni fa, da una serie per ragazzini delle scuole medie che si chiamava Junior Mondadori. Lo lessi quando ero in terza media e tra l’altro una scena mi ispirò inconsciamente quando scrissi la prima bozza di un mio racconto, diversi mesi più tardi. Ma questo è un altro discorso.
Non sapevo che facesse parte di una serie... e devo ammettere che, tutto sommato, forse stavo bene anche senza saperlo. ;-)

Trama
Shari Cooper è una 18enne straricca, che vive insieme ai genitori straricchi, al fratello diabetico ventenne e, di tanto in tanto, ad Amanda, figlia della donna delle pulizie che sembra avere un rapporto piuttosto stretto con Jimmy, fratello di Shari.
Come in ogni romanzo americano per adolescenti, tutto inizia con una festa, i cui partecipanti sono, oltre ad Amanda e Shari:
- Beth, la festeggiata;
- Jeff, il ragazzo della festeggiata;
- Jo, la migliore amica di Shari segretamente innamorata di Jeff;
- Dan, il ragazzo di Shari che ha una relazione segreta con Beth.
Giusto per chiarire: queste relazioni sentimentali che fanno tanto versione young adult di “Beautiful” non hanno NULLA a che vedere con la trama.
Alla festa decidono di organizzare una seduta spiritica per mettersi in contatto con Peter, il fratello di Jeff defunto in un incidente, che a quanto pareva era un caro amico di Shari.
Shari, pensando che tutto sia un bluff, si allontana e si rifugia da sola in balcone. Qualcuno la butta giù e lei si risveglia fantasma, senza sapere di esserlo finché non vedrà il proprio cadavere all’obitorio.
C’è chi parla di suicidio, ma lei sa benissimo di essere stata assassinata da uno dei suoi amici. Seppure non sia semplice, inizia a indagare, con l’aiuto di un altro fantasma (proprio Peter, del quale finirà per innamorarsi) e perseguitata da una strana ombra, che sembra conoscere un segreto del suo passato che lei ignora, segreto per il quale è stata uccisa.

Questo per quanto riguarda il primo romanzo: nel secondo e nel terzo Shari e Peter, non si sa bene perché, si reincarnano in una giovane coppia di latino-americani drogati, ai quali devono salvare la vita. Ci sono nuovi misteri, ma sicuramente non al livello dei precedenti. Le Ombre, inoltre, hanno un ruolo, a mio parere, molto incoerente con quello che avevano nel primo romanzo.

Struttura
I romanzi sono narrati per larga parte in prima persona (a parte quando, nel secondo, viene narrata in terza persona la storia della disadattata sociale ispanica), talvolta con un linguaggio molto semplice e forse un po’ troppo colloquiale, come se la voce narrante stesse tenendo un comizio per un pubblico di tredicenni. Il testo scorre bene, ma avrei preferito, forse, che fosse un po’ più elaborato.
I romanzi sono tutti e tre piuttosto brevi e, per quanto riguarda il secondo e il terzo... beh, forse avrei preferito se non fossero mai stati scritti!

Valutazione finale: 3/5
È una serie che vi consiglio se avete meno di 15 anni. Se ne avete qualcuno in più secondo me è già troppo tardi per apprezzarla... specie come serie completa. Il primo romanzo, invece, tutto sommato potrebbe anche intrigare ancora un po’, se siete appassionati di gialli e di thriller... perché, sia chiaro, il primo non è null’altro che una sorta di giallo; con una detective dallo stato metafisico un po’ particolare, ma pur sempre un giallo.


mercoledì 28 maggio 2014

RECENSIONE: "Sconosciuti in treno" di Patricia Highsmith

Avevo già letto qualcosa di Patricia Highsmith, ma era stato molto tempo fa; più o meno dovevo avere 15 o 16 anni, quindi, facendo due rapidi calcoli, è passato un decennio da allora. L’idea che mi ero fatta era “lettura interessante, ma non molto leggera”. Adesso, a dieci anni di distanza, l’idea che ho non è del tutto diversa, dopo avere letto questo romanzo scritto nel 1950.

La trama
Guy è un uomo sulla trentina, si è sposato quando era molto giovane, ma il matrimonio è fallito. Vuole il divorzio da sua moglie, per potersi risposare, ma lei non ne sembra molto convinta.
Bruno ha venticinque anni, è alcolizzato ed è nato in una famiglia ricca, e non vede l’ora di liberarsi di suo padre, che detesta.
I due si incontrano per caso in treno e, durante il viaggio, iniziano a raccontare l’uno all’altro la storia delle loro vite. All’improvviso Bruno ha un’idea: il modo migliore per migliorare le loro vite è sbarazzarsi delle persone che vedono come ostacoli.
Mentre per Guy non è null’altro che un discorso fatto dopo avere bevuto qualche drink di troppo, per Bruno la cosa è diversa e inizia a pianificare il delitto della moglie di Guy. In cambio Guy dovrà, secondo lui, uccidere suo padre.
E infatti Bruno uccide Miriam, l’ex moglie di Guy. Il mistero intorno alla sua morte rimane insoluto e il delitto viene attribuito a un pazzo. In un primo momento Guy non sospetta di Bruno, ma quando lui inizia a tartassarlo di telefonate e lettere capisce che è lui il colpevole. Inoltre Bruno vuole che lui ricambi il favore. Inizia a perseguitarlo, minacciandolo di dichiararsi colpevole del delitto, ma di accusare lo stesso Guy di esserne il mandante.
In un primo momento Guy lo ignora. Quando la situazione diventa troppo ingestibile, però, lo asseconda: spara al padre di Bruno, dopo essersi introdotto nella loro casa, sperando in quel modo di liberarsi di Bruno. Era convinto che sarebbe stata la fine di un incubo, ma per lui è solo l’inizio.

Struttura
Il romanzo è narrato in terza persona e segue per la maggior parte le vicende di Guy, alternate con qualche capitolo in cui seguiamo quello che invece succede a Bruno.
Il punto di vista è generalmente quello di Guy (o quello di Bruno nei capitoli dedicati a quest’ultimo), anche se a volte, all’improvviso, il narratore diventa onnisciente, cosa che, vista la mia “fissazione” per il POV, devo ammettere che non mi è piaciuta granché.
I due personaggi ci vengono presentati, bene o male, come due opposti, specie quando, andando avanti nella lettura, scopriamo quale sia il loro stato d’animo dopo avere commesso i delitti. Bruno sembra appagato da quello che ha commesso, anche se non si capisce bene per quale motivo senta di avere un profondo legame con Guy. Guy, invece, non è affatto indifferente a quello che è accaduto e, fin dal momento in cui commette il delitto, sente di avere un peso sulla coscienza. In realtà in certi momenti i due protagonisti sembrano più simili di quanto potrebbe apparire.

Cos’ho apprezzato:
- l’originalità della trama;
- il fatto che riusciamo a intravedere i pensieri di entrambi i protagonisti.

Cosa non ho apprezzato:
- lo stile dell’autrice, a mio parere, è un po’ pesante;
- per buona parte del romanzo non c’è azione (ma c’è spazio solo per quelle che solitamente chiamo “saghe mentali”);
- le ragioni che spingono Guy ad assecondare Bruno sono, a mio parere, del tutto inverosimili.

Valutazione finale: 3,5/5
Mi sarebbe piaciuto andare oltre, ma in certi momenti la lettura non è che mi abbia presa più di tanto... alla luce di quanto ho già detto, non vado oltre il 3,5.

martedì 27 maggio 2014

RECENSIONE: "Il mistero del treno azzurro" di Agatha Christie

C’era una volta una vittima che veniva assassinata in treno... e c’era una volta, per la prima volta, Hercule Poirot che viaggiava sullo stesso treno.
Si tratta de “Il mistero del treno azzurro”, pubblicato nel 1928, qualche anno prima del celebre “Assassinio sull’Orient Express”, in cui per la seconda volta Poirot viaggiava sullo stesso treno in cui venne commesso un delitto.

La trama
Un ricco uomo di mezz’età con l’immancabile segretario che lo segue di continuo, che in questo caso risponde al nome di Mr. Van Aldin, regala un prezioso gioiello alla figlia Ruth, per consolarla dal suo matrimonio che sta collassando. Ruth è sposata con Derek, uno squattrinato che Van Aldin vuole togliersi di torno. Anche Ruth, in teoria, vorrebbe divorziare, ma ha paura che nasca uno scandalo, perché lei stessa frequenta un altro uomo, un certo conte De La Roche. Mr. Van Aldin, come ogni ricco uomo di mezz’età dei romanzi della Christie che ha una figlia non legata a un lontano parente, non apprezza gli uomini che girano intorno alla figlia.
A St. Mary Mead (paese di Miss Marple, che però non fa la propria comparsa, ed è un vero peccato, dal momento che mi sarebbe piaciuto moltissimo vederla indagare insieme a Poirot *-*) frattanto una certa Katherine, che faceva la governante, riceve in eredità un’ingente somma dalla padrona di casa defunta e va in Costa Azzurra. Si tratta dell’ennesimo prototipo di governante trentenne destinata a far innamorare di sé TUTTI gli uomini di età compresa tra i 30 e i 35 anni presenti nel romanzo, che naturalmente anziché un banale invito a cena le fanno direttamente una proposta di matrimonio.
Prima di arrivare alle proposte di matrimonio, comunque, in treno conosce Ruth, diretta in vacanza (anche se pare che in realtà debba incontrare l’amante), che le racconta le proprie sventure sentimentali. All’arrivo al capolinea, quando Ruth viene ritrovata morta, Katherine che ha parlato con lei viene chiamata a riconoscere il cadavere. Successivamente decide di aiutare Poirot nelle indagini, che si rivelano complicate in quanto esistono diversi possibili moventi.
L’assassino è forse De La Roche? O l’ex marito che nel frattempo ha fatto una proposta di matrimonio a Katherine (N.d.A: l’altro pretendente è il segretario di Val Aldin)? O l’amante di quest’ultimo? O magari un banale ladro di gioielli? Più la rete si stringe intorno allo squattrinato Derek, guarda caso entrato in possesso di un’ingente eredità, e più Katherine vuole vederci chiaro, anche se per motivi diversi rispetto a Poirot...

Piccola nota: l’inserviente sul Treno Azzurro (che fa una comparsa di non più di mezza pagina) è nientemeno che Pierre Michel, poi divenuto personaggio di “Assassinio sull’Orient Express”.

Struttura
Il romanzo è narrato in terza persona e abbiamo una panoramica su diversi personaggi; a mio parere nella fase iniziale un po’ troppi, di cui non riusciamo a comprendere che cosa c’entrino gli uni con gli altri. Ma niente paura, prima o poi tutto ci sarà chiaro, più o meno all’ultima pagina.
I personaggi, di per sé, non svettano particolarmente: abbiamo il ricco circondato da gente che lavora per lui, con una figlia infelice sposata con uno squattrinato che la tradisce, un nobile che in realtà si spaccia solo per nobile, una donna di servizio diventata improvvisamente ricca, vari parenti alla lontana che sbucano fuori dal nulla non appena c’è la possibilità di guadagnare soldi... L’“anomalia” rispetto allo standard è l’ambientazione, sul treno, che poi la Christie riproporrà nell’altro più celebre romanzo già citato.
Come al solito l’intreccio è eccellente e come al solito ci sono cascata: i dettagli sfuggono e il lettore non si fa le domande che avrebbe dovuto farsi... insomma, Mrs. Christie si rivela ancora una volta come la grande regina del giallo.

Valutazione finale: 3,5/5.
Il romanzo è scorrevole, la trama è interessante... ma tutto sommato, a parte l’ambientazione, c’è poco che spicca, nei confronti con gli altri romanzi della Christie. Dal confronto con “Assassinio sull’Orient Express”, però, ne esce nettamente perdente, nonostante la troppa teatralità (voluta dall’autrice) di quest’ultimo me l’abbia fatto apprezzare un po’ meno del solito, dopo l’ultima rilettura.

lunedì 19 maggio 2014

Recensione: "C'era una volta" di Agatha Christie

Correva il 1945 e usciva “Death comes as the end”, che in italiano si chiama “C’era una volta” (titolo pessimo a mio parere, ma neanche quello originale, a mio avviso, rendeva bene le idee), uno dei romanzi forse meno conosciuti di Agatha Christie. Di lei si conoscono soprattutto la serie con Poirot, la serie con Miss Marple e “Dieci piccoli indiani”. Questo romanzo è qualcosa di diverso... o meglio, per certi versi è molto diverso, per certi altri è la solita vecchia storia girata e rigirata in modo da apparire completamente diversa.
Abbiamo una famiglia ricca, un patriarca vedovo con un’amante giovane e sexy, un figlio privo di carattere, un figlio sexy e donnaiolo, una figlia vedova che riceve proposte di matrimonio da tutti gli uomini presenti e che si sente in dovere di accettarne una all’ultima pagina del romanzo, un ragazzino viziato e sbruffone, una nonna che parla a enigmi, una parente povera che odia chi la mantiene, un segretario giovane che non è esattamente il miglior partito per la figlia vedova, un vecchio amico di famiglia da sempre innamorato della figlia vedova che ha i soldi ma non appartiene a una famiglia importante, nonché dozzine di servi senza un ruolo ben preciso se non quello di far notare che si tratta di una famiglia ricca.
E allora dove sta la novità? Siamo a Tebe, anziché a St. Mary Mead. E siamo nel 2000 avanti Cristo, anziché negli anni ’40.
Vi ho incuriositi? Se la risposta è sì, procedete pure con la lettura della mia recensione, con la consapevolezza che NON ci saranno spoiler sul finale.

La trama
Sono passati otto anni da quando Renisenb, appena adolescente, si è sposata e ha lasciato la casa di suo padre Imhotep. Il marito è morto e adesso lei è tornata.
Nella tenuta di famiglia vivono:
- Imhotep, che spesso viaggia per questioni legate ai commerci della famiglia;
- il figlio maggiore Yamhose, con la moglie Satipy, tanto inetto lui in ogni ambito tranne in quello professionale quanto dominatrice lei;
- il secondogenito Sobek con la moglie Kait, lui sempre fuori casa per andare a donne, lei sempre a badare ai bambini litigando con la cognata Satipy;
- il figlio 16enne, di secondo letto, Ipy, un ragazzino estremamente viziato e sbruffone dalle cui labbra Imhotep sembra pendere;
- la nonna Esa, che ormai non ci vede più e fatica a reggersi in piedi, ma che sembra più sveglia di tutti gli altri componenti della famiglia messi insieme;
- l’anziana “parente povera” Henet, che non fa altro che spingere gli altri a litigare;
- l’amico di vecchia data Hori, che aiuta Imhotep nella parte più gestionale dei lavori e che è segretamente innamorato di Renisenb;
- un certo Kameni, un lontano cugino venuto dal nord, che a quanto capisco è una sorta di segretario o contabile e che è dichiaratamente innamorato di Renisenb;
- una quantità random di lavoratori e personale di servizio dal ruolo pressoché nullo.
In questa Inghilterra degli anni ’40 delocalizzata nell’Egitto di due millenni prima, Imhotep torna a casa dal viaggio di lavoro con Nofret, una concubina ventenne dalla bellezza schiacciante. Poi riparte per un nuovo viaggio di lavoro, lasciandola a casa.
Nofret odia tutti e tutti odiano Nofret. In realtà Nofret è attratta da Kameni, ma lui non ne vuole sapere perché è attratto da Renisenb.
Poi Nofret cade da un dirupo e muore: nessuno sembra dispiaciuto dalla sua prematura dipartita, mentre Satipy inizia a comportarsi in modo strano, prima di cadere anche lei dallo stesso dirupo. Nei mesi successivi i due figli maggiori bevono vino avvelenato (uno muore, l’altro si salva per miracolo), un contadinello che aveva testimoniato viene assassinato prima di dare la testimonianza definitiva e il figlio adolescente viene affogato in un lago. Tutti, a parte Renisenb, Hori, la nonna Esa e forse anche la misteriosa Henet, sembrano convinti che lo spirito di Nofret si stia vendicando dall’aldilà.
Tutti lo credono, almeno, fino al momento in cui nonna Esa convoca una riunione in stile riunioni di Poirot con tutti i sospettati e fa capire al/alla colpevole di essere informata dei fatti. Proprio quando sta per confidare a Hori i propri sospetti, viene assassinata a sua volta (tramite una crema avvelenata che ha assorbito tramite pelle).
Renisenb è sempre più smarrita, Imhotep è sempre più convinto che sua figlia dovrebbe risposarsi col segretario/contabile e andarsene, Henet è sempre più strana... e tutto resta in sospeso fino al finale, in cui anche altre due persone (tra cui il colpevole) moriranno.

Struttura
Il romanzo è narrato in terza persona, con punti di vista alternati, talvolta, anche se in genere quello che va per la maggiore è quello di Renisenb.
Renisenb, in realtà, non è poi tanto diversa dalle giovani protagoniste dei rari romanzi della Christie in cui Poirot o Miss Marple intervengono solo in una fase avanzata delle vicende oppure per buona parte del tempo stanno in secondo piano.
Il testo è scorrevole e, nonostante i nomi siano molto inconsueti per chi non conosce l’Antico Egitto, non c’è mai il rischio di fare confusione dato che sono molto diversi l’uno dall’altro.
Ancora una volta, come sempre accade nei romanzi della Christie, l’intrigo è costruito molto bene e, fino all’ultima pagina, molte cose rimangono in sospeso.
I personaggi sono ben costruiti e, seppure in apparenza possano sembrare un po’ troppo “estremi”, si evince nel corso dei capitoli che si sono “estremizzati” nel corso del tempo, cosa che a mio parere li rende piuttosto credibili.
CURIOSITÀ: per sua stessa ammissione Mrs. Christie scrisse questo romanzo su suggerimento di un egittologo amico di suo marito e, quando glielo sottopose, a lui non piacque la soluzione al mistero, così lei decise di cambiarla. Non rivelò mai come intendesse farlo terminare.

Pensiero post-lettura: “Roger Ackroyd chi?! O.O”

Valutazione finale: 5/5
Questo romanzo entra dritto al secondo posto della classifica dei miei preferiti della Christie, e si deve accontentare del secondo posto soltanto perché, a mio parere, “Dieci piccoli indiani” è imbattibile.